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STORIE DI ORDINARIA PRECARIETÀ

Mi chiamo Rita …ciao Rita (coro dell’anonima precari)
Ho quarantacinque anni e sono precaria e non mi ritengo responsabile della mia sfortuna lavorativa. Sono stata una giovane di belle speranze: esenzione per merito dalle tasse universitarie, laurea a pieni voti con pubblicazione della tesi, abilitazione all’insegnamento conseguita con un concorso bandito un mese dopo la mia laurea. Seconda nella graduatoria di merito…ahi, eppure essendo nata a Siena e traendo insegnamento dalla metafora paliesca avrei dovuto capire che in quel piazzamento si presagivano situazioni future. Ma mi distanziavano solo 0,25 punti dal primo (l’unico che è entrato in ruolo dal concorso) e avevo ben dieci anni meno di lui!

Del resto sapevo bene che questo era l’iter da seguire per svolgere la professione che avevo scelto insegnando la materia per cui mi ero formata. Sono passati quasi venti anni, ho lavorato quasi sempre ma non sempre con incarichi per tutto l’anno e spesso con frazioni orarie. Sono adesso prima nella graduatoria di merito da svariati anni ma la teoria degli avvicendamenti per i contratti di stabilizzazione comincia a parermi un oscuro garbuglio che distrae dalla comprensione. E poi mi si dice che potrei essere anche “pettinata” e quindi dover rivedere anche il mio inutile primato.

Da settembre ad oggi ho collezionato 12 contratti sono in attesa del tredicesimo che si presenta il più “bello”.
Due contratti sono stati annullati perché fasulli (mi avevano assegnato una cattedra inesistente), il rimedio è stato a dir poco creativo: delle 18 ore frontali che da contratto svolgiamo in classe , 6 sono sino al 30 giugno al Liceo Classico Volta di Colle. Le altre dodici di completamento sono al Cennini ma con supplenza temporanea rinnovata in base all’assenza del titolare.
Primo problema: il 1 settembre io assumo servizio a Montepulciano su una cattedra inesistente, il 2 e il 3 però sono a far esami di recupero al Cennini (dove avevo lavorato l’anno precedente), quindi prima si decide di farmi un contratto per 18/18 dal 1 al 3 (finché servo) tra Cennini e Volta e poi dal 4 solo per 6/18 al Volta per far ripartire l’incarico del Cennini da quando servo di nuovo e cioè dal 14 (sottolineo per chi non fosse informato sulla realtà scolastica che la retribuzione è calcolata su base 18 e quindi in proporzione alla frazione oraria del contratto). Postumo si scopre che io sono comunque in servizio anche se risulto solo al Volta e quindi obbligata a fare esami e scrutini, si strappa quindi di nuovo un contratto per rifarlo: solo Volta (con 6/18 anche per i primi giorni di settembre) sino al 14 settembre e poi Cennini.

Si osserverà che la differenza è poca cosa: ma io mi chiedo perché è unilaterale e non biunivoca la decisione di soprassedere per poca cosa, è perché la persona a cui ci si rivolge appellandosi al buon senso, all’etica professionale è sempre la stessa. La professionalità è riconosciuta attraverso la retribuzione! Seguendo i periodi legittimi di assenza del titolare mi viene rinnovato l’incarico del Cennini prima volta a dicembre (includendo per un soffio anche le vacanze di Natale e quindi sono tra i pochi fortunati) e poi con cadenza mensile fino ad oggi.
Dato che al Cennini lavoro con incarichi a termine da alcuni anni vengo indicata quale membro interno di una delle due quinte in cui insegno la materia. Oggi apprendo che il mio contratto al Cennini termina il 10 (due giorni prima della fine effettiva della scuola: togliendo il sabato perché le classi in cui insegno non sono a scuola il sabato e il venerdì perché è il mio giorno libero: il compenso è mensilizzato e non prevede un compenso giornaliero ma un compenso per ore in un mese per cui come queste sono ripartite se svolte non interferisce con la retribuzione ma è solo determinato da un’organizzazione convenzionale interna).
Tale contratto è integrato da un altro per il giorno 14 giugno in cui ci sono gli scrutini per le quinte (quindi a scuola finita, con i colleghi a tempo indeterminato che ricevono comunque la mensilità completa, io come tutti i precari vengo pagata solo per quando servo e quindi un giorno). Ops! Mi accorgo che i contratti non includono il giorno 11 in cui ho gli scrutini delle quarte, mi si rassicura dicendomi che arriverà il dodicesimo contratto a coprire quel bisogno momentaneo, tanto io sono lì sul marciapiede come tutti i precari, in attesa di elemosina e di soddisfare bisogni.
Ma il più bello sarà il tredicesimo contratto dell’anno, mi è già stato annunciato: sarò il membro interno della quinta e quindi mi si dovrà rifare un contratto ma dato che gli alunni confidano su di me, che li preparerò all’esame anche nei giorni in cui non sarò retribuita, che i loro genitori sperano e confidano in un mio apporto per il buon esito, che i colleghi, dato che io tutti gli anni ho fatto esami, mi chiedono consigli e appoggio, sarà riconosciuto il mio apporto “professionale” e “umano” più volte sollecitato con 2/18 dello stipendio perché due sono le ore settimanali che io svolgo in quella classe!
Ma non mi devo preoccupare, durerà per poco perché il contratto coprirà solo i giorni effettivi in cui si svolge l’esame mentre i miei colleghi di ruolo non coinvolti nell’esame giustamente potranno rivivere nostalgicamente la loro gavetta nella mia precarietà confortati da una mensilità giustamente misurata su base del servizio annuo. Tutto questo accade per molti, da sempre, per tacita accettazione e remissiva assuefazione. Quello che oggi la riforma Gelmini ci toglie è la speranza: il sacrificio non sarà più utile, neanche a lungo termine.

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